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Deborah Divertito

Se il boss racconta, rendiamolo solo più umano

Carmine Schiavone. Carmine. Schiavone. Vi dovrebbe dire tanto questo nome. Anzi, questo cognome. Probabilmente prima di qualche giorno fa, di quando, cioè, è andata in onda un’intervista su SkyTG24 proprio a Carmine, molti  l’avrebbero confuso con il più “famoso” cugino, Francesco, detto “Sandokan”. E invece l’intervista l’ha fatta quello meno importante, non il boss dei boss, ma quello pentito. Quello che ha collaborato. Quello che ha voluto la possibilità di raccontare i suoi anni criminosi e le attività di famiglia e allora ha raccontato.

La contemporaneità della messa in onda dell’intervista con la twittata di De Laurentiis, probabilmente, ha distratto un po’ di persone interessate, che avrebbero potuto seguire sia in tv che in rete ciò che Carmine aveva da raccontare, ma che al momento erano state rapite dall’oppio dei popoli moderno. Comunque non è un problema, l’importante è recuperare. Io ho deciso di recuperare la twittata e vedermi l’intervista, ma tranquillamente si sarebbe potuto fare il contrario. Fatto sta che Carmine doveva raccontare, l’aveva chiaramente già fatto con un magistrato e in tribunale, ma doveva farlo anche in tv. Perché Carmine non doveva solo raccontare, ma doveva anche lanciare un appello. Carmine è stato abbandonato dalle istituzioni dopo la scarcerazione, vivendo nel terrore e nella disperazione. Lui.

Noi, invece, viviamo nel terrore e nella disperazione da sempre, e fino a quando lui non ha raccontato, vivevamo anche nell’ignoranza. Un’ignoranza a cui non c’è più rimedio, e a volte non ce n’è neanche dopo aver saputo le cose.

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Carmine non ha detto cose inedite. Ha detto ciò che era uscito fuori dalle sue, e non solo sue, testimonianze precedenti, racconti di ingiustizie in luoghi di Giustizia. Cose riprese da giornali e libri, più o meno famosi, scritti da giornalisti e scrittori, più o meno protetti. Ma Carmine ha detto queste stesse cose in prima persona, guardandoci in faccia ad uno ad uno con occhi del colore che avrebbe avuto il nostro mare, forse, se lui non l’avesse rovinato per sempre. Non mi va di ringraziarlo perché ha raccontato, lo ha fatto per visibilità e per portare avanti la sua causa personale, denunciando un abbandono da parte delle istituzioni. Almeno, lui, rispetto  a noi, le ha avute vicino per un po’ di tempo. Ma ascoltandolo, la rabbia montava sempre più forte, ad ogni accensione di sigaretta cominciava il conato di vomito e ad ogni spegnimento terminava. Per poi ricominciare con l’accensione della sigaretta successiva. Buttava merda nei suoi polmoni con la stessa facilità e rapidità con cui l’ha buttata nelle nostre terre, e da lì nei nostri piatti, nei nostri geni, nelle nostre vite. Riuscivo a sentirne la puzza fin nella mia casa. E non solo delle sigarette. Sentivo quella dei rifiuti contenuti nei suoi racconti, e non solo di quelli tossici. Anche di quelli umani. Le stesse istituzioni di cui oggi lui lamenta l’abbandono, gli sono state vicine negli anni e non solo per offrirgli protezione come collaboratore. D’altra parte, senza l’aiuto a pagamento di forze dell’ordine e politici, non avrebbero potuto tessere una tela così fitta di relazioni, affari, scambi di soldi e di tanto altro. Quelle stesse istituzioni che sono chiamate a dare testimonianza nelle scuole della loro lotta alla camorra.  Le stesse istituzioni che qualsiasi associazione, chiamata a presentare un progetto, anche micro, interpella per avere un punteggio maggiore, perché, si sa o si spera, la collaborazione con la pubblica amministrazione è motivo di garanzia che le cose siano fatte per bene. Evidentemente lo sapevano anche gli Schiavone e tutti gli altri con cui hanno fatto affari. Con loro, le istituzioni erano garanzia che le cose sarebbero andate non bene, ma benissimo! Ditte del nord, cliniche della Toscana, aziende  tedesche e spagnole,  imprenditori emiliani e lombardi.  E a mano a mano che Carmine sentiva il bisogno di raccontare sempre di più, a me veniva voglia di fare un passo all’indietro, come a prendere le distanze da tutto quello che si diceva. Come una resa, un abbandono della lotta. Ogni parola pronunciata, un passo all’indietro. Ogni pausa presa per trovare le parole ingiuste in un italiano molto stentato, io approfittavo per fare un altro passo all’indietro. Come se non mi volessi far vedere da lui, perché altrimenti avrebbe capito il mio tentativo di fuga e me ne sarei vergognata. Poi ad un tratto ha parlato del figlio, l’ultimogenito che eredita la pesantezza di un nome da reggente: Francesco. Francesco Schiavone. A questo punto i molti che inizialmente avrebbero confuso Carmine con Sandokan, avrebbero fatto bene a confondersi di nuovo. Il ragazzo ha lo stesso nome e cognome dello zio e ha deciso di non portare anche lo stesso soprannome. Il ragazzo studia e vuole essere una persona perbene, figlio di una persona permale. Carmine parlava del figlio e sembrava orgoglioso. Un padre orgoglioso di un figlio, forse, non altrettanto orgoglioso. Ed aveva paura per lui. E improvvisamente l’ho visto umano. Un essere umano.  E l’essere umano è complicato, a volte può essere irrimediabilmente complicato, ma funziona come tutti gli altri esseri umani. In quel momento era uguale a me. Non io uguale a lui, ma lui uguale a me. Eravamo ad armi pari. E allora ho fatto un passo in avanti. E a mano a mano che Carmine parlava del figlio, io facevo un passo in avanti. Più raccontava e io più facevo passi in avanti. Capendo finalmente appieno cosa avesse voluto dire Peppino Impastato. Rendiamoli umani e percorriamo questi benedetti passi che ci separano. Insomma, più lui sentiva il bisogno di affrancare il figlio dalla sua scelta di vita, più io sentivo di guadagnare di nuovo terreno. Come un abbandono della resa, una raccolta di nuove energie per ritornare a combattere. E, a un certo punto, ho sentito io l’esigenza di raccontare. Raccontare per sapere e far sapere, raccontare perché combattendo prima l’ignoranza, pian piano scompaiono anche il terrore e la disperazione. Togliere la parola a lui per prenderla io. Che in fondo lui ha detto cose che sapevamo già, solo che lo ha detto guardandoci negli occhi. E questo lo ha reso solo più vulnerabile. Più umano. Più uguale a me.