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Napoli e Provincia

La storia di Ketty: un invisibile qualunque

Mostra-collettiva-Menghi-Orsini-Quartieri-Spagnoli-1-a23742750Gli invisibili sono quelli che calpestiamo con la nostra indifferenza, quelli che non hanno volto né nome né anni, quelli idealmente congiunti dalla medesima storia di solitudine ed indifferenza, quelli che si discostano da quel severo ritratto, rigidamente dipinto dall’etica morale e comportamentale che con ferma e cruenta intransigenza demarca forme e regole alle quali attenersi per incarnare quell’ “essere” classificabile come “accettabile” e “normale“.

Ketty è uno dei tanti invisibili nei quali ci si può imbattere tra i vicoli di Napoli e del mondo.

Il nome con il quale è registrata all’anagrafe è Vittorio, mentre “Ketty” è quello che lei stessa ha assegnato alla sua anima di donna, imprigionata nel corpo di un uomo.

Ci siamo incontrate per caso io e lei, ma, non a caso è avvenuto il nostro incontro, oggi ne sono certa.

Mi ha lasciato entrare in punta di piedi nel suo complesso e tortuoso mondo.

La vita le ha imposto di crescere repentinamente.

Non appena ha comunicato alla sua famiglia la sua decisione di dare corpo ed espressione alla sua vera natura, è stata messa alla porta, rinnegata e cancellata, come essere umano, ma soprattutto come figlia.

Quel giorno, Vittorio è morto ed è nata Ketty.

Ora non sa quando festeggiare il suo compleanno: quando è venuta al mondo o quando è rinata, incarnando la sua vera natura?

Poco importa, poi conclude, giacché non c’è nessuno a battergli le mani mentre spegne le candeline.

La solitudine, di sicuro, la ferita più profonda e dolorosa da sanare.

Come se non fosse già sufficientemente ingrato il carico di disagio e frustrazione che incessantemente le grava sulle spalle, a partire da quando si lava la faccia al mattino e le sue mani toccano quella pelle ruvida come carta vetrata, perché la barba cresce, rapida ed ostile, ricordandole che vuole essere quello che non le è lecito essere.

Così inizia la giornata di Ketty. Tutti i giorni.

Ketty non si guadagna da vivere accogliendo nel suo piccolo appartamento, sito nei Quartieri Spagnoli, signori benestanti per assecondarne le perverse voglie.

Ketty non si droga, non spaccia, non ha precedenti penali, racimola i 180 euro necessari per pagare l’affitto di casa e i pochi altri spiccioli utili alla sua sopravvivenza, lavorando saltuariamente come lavapiatti o andando a pulire le scale dei palazzi che tacchi a spillo e lucide scarpe di cuoio non hanno timore di insudiciare, vanificando il suo lavoro.

Ketty ha solo due infimi “vizi”: l’amore e il gioco.

Nel primo riversa i suoi sogni e la speranza di incontrare un uomo capace di comprenderla ed amarla, a dispetto di quella sua districata ed oscura natura.

Anche se per inseguire quel sogno, troppe volte, ha lasciato che il suo cuore fosse ingannato dalle promesse di uomini scaltri nel raccontargli favole e tessere promesse che Ketty vedeva sciogliersi all’alba, quando, per strada, incontrava lo sguardo schivo e sprezzante dell’impostore di turno, al quale, la notte prima, aveva concesso di fare l’amore con la sua anima, mentre trainava un carrozzino sotto al braccio della moglie.

“Di notte ti cercano, tutti, anche gli “insospettabili” e di giorno ti deridono. Meglio che la gente non sospetti che possa piacergli una come me.”

Nel gioco, invece, ha trovato un ponderoso rifugio nel quale incanalare le delusioni d’amore e di vita.

Consuma le sue serate al bingo, gran parte della giornata, invece, le trascorre nella tabaccheria vicino casa, tenendo stretto il biglietto da poco giocato, in attesa dell’estrazione che possa incoronarla “vincente” almeno una volta nella vita.

Sfortunata in amore e sfortunata anche al gioco, invece.

Quelle come lei, rappresentano l’eccezione anche alle più comprovate delle teorie.

Ci ha provato a trovare un lavoro “normale“, ma ha ammainato in fretta anche quel sogno di ordinaria quotidianità, non appena ha compreso che il mondo che la circonda non è pronto né predisposto ad accettare una come lei dietro allo sportello di un ufficio piuttosto che alle prese con la macchina del caffé.

Quelle come Ketty rappresentano uno spicchio d’umanità.

“Giusto”, “sbagliato”, “diverso”, “brutto” è la nostra qualunquistica e grossolana ideologica moralità ad ostinarsi nel ricercare un aggettivo da affiancare al sostantivo “umanità“, perché non siamo pronti ad accettare che sia già esaustivo indirizzargli la parola “umanità“.

Ketty mi confidò che non dispone di un telefono cellulare, perché sa che non lo sentirebbe mai squillare.

Così, ieri mattina, le ho comprato un modesto cellulare e mi sono recata da lei, con l’intento di consegnarglielo, perché, spesso, alla fine di una giornata frenetica ed irritante, mi è capitato di pensare a lei e mi è pesato non poter raggiungere quella voce allegra, gioviale, ironica, sincera, capace di non prendersi mai troppo sul serio e di farmi ridere sempre, anche quando la mente era costernata da pensieri grigi e seriosi.

Ad accogliermi, fuori alla sua porta, ho trovato l’emblema della sua rassegnata solitudine.

Pochi giorni prima Ketty si è tolta la vita, impiccandosi con un lenzuolo bianco, nella sua camera da letto, lasciandosi soffocare da quel tripudio di emarginazione che le straziava la vita.

Non ha lasciato neanche un biglietto, forse perché ha concluso che non esistevano occhi ai quali interessasse leggere cosa avesse da dire.

Continuamente, in queste ore, nella mia mente riecheggiano le poche, ma eterne parole che ci siamo dette.

Allora ho deciso di ricordarla così, per fare in modo che quel telefono destinato a rimanere muto, possa squillare nella stanza di quelle come lei, affinché possa concorrere a sterilizzare quella letale solitudine, almeno nella vita delle altre Ketty.

Mentre lasciavo i Quartieri Spagnoli, masticando lacrime, rabbia ed amarezza, mi sono ritornate in mente alcune delle parole che Ketty mi disse l’ultima volta che l’ho incontrata, in quel suo “italiano arrangiato”, così nudo e sincero, sfrontatamente spoglio di quel cinico ed apocrifo perbenismo che ne vige regole grammaticali e lessicali: “Tu sei diversa, sai arrivare al cuore delle persone e puoi farcela, anzi, ce la devi fare anche per quelle come me, così vedrò realizzati i miei sogni attraverso i tuoi occhi”.

Più o meno questo fu il senso delle sue parole.

Parole che oggi per me acquistano un valore inestimabile e che conferiscono onore, orgoglio ed infinita responsabilità al mio cammino.

Tutte le volte che necessiterò di grinta, rabbia, determinazione e voracità, attingerò dal ricordo di Ketty il più energico, volitivo e risoluto degli input motivazionali.

A Ketty, amica vera, inesauribile fonte di consigli disinteressati, alla quale sarò eternamente debitrice di sorrisi sinceri.

Luciana Esposito 

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