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Napoli e Provincia

Il viaggio dell’R5: da Piazza Garibaldi a Scampia

altAo0GB-0S-kPXdI3BObznTPLud5fNqP-K-n2fhe-BzU3wE’ una mattina come tante. Il sole spende su Napoli.

Mentre attendo, accanto alla fermata del pullman di Corso Novara, che arrivi a prelevarmi questo diversamente e fortemente chiacchierato “R5“, realizzo con ferma razionalità che, malgrado io viva da 29 anni a Napoli, non sono mai stata a Scampia.

E allora mi chiedo: come fa un napoletano a dichiararsi tale se non ha visto e vissuto tutto, ma proprio tutto quello che questa città ha da mostrare?

Napoli è un mosaico complesso, costituito da molteplici, variopinti e particolareggiati tasselli, per poterne carpire tutte le sfaccettature è necessario addentrarsi anche nei meandri apparentemente più infimi, spogli degli scomodi ed obsoleti pregiudizi e non con la superiore arroganza di chi sente di appartenere alla porzione più sopraffina ed appariscente di quell’incantevole iconografia.

Arriva l’R5.

Per fortuna non è già così affollato da non potermi offrire un posto a sedere.

Prima di sedermi, però, chiedo al conducente se conosce la strada che devo raggiungere, una volta arrivata a Scampia e se può cortesemente indicarmi la fermata più comoda e vicina per raggiungerla.

Non sono la sola a porgli domande, ma sono l’unica a ricevere risposte.

Allora capisco che il diritto di parola, in questa sede, è privilegio accordato solo a chi sfoggia l’aspetto della persona “perbene” che a Scampia non ci va di certo per macchiarsi di certe colpe, ma che assume, piuttosto, l’aspetto di una temeraria disposta a recitare lo scomodo ruolo di comparsa su quel palcoscenico di desolazione, strazio e criminalità, per poi, frettolosamente, ritornare nella sua collocazione ottimale, andando a rioccupare la posizione a lei più consona nel “mondo migliore“.

Vado a sedermi e insieme a me prendono posto diverse persone.

Alcuni di loro, ce l’hanno stampato sul viso, a chiare e marcate lettere, cosa vanno a farci a Scampia.

Loro sono gli abbonati senza biglietto che con spropositata frequenza si concedono questo “viaggio“.

Per me il primo, per loro uno dei tanti.

Per altri, invece, il viaggio termina anzitempo, a Secondigliano, nei pressi del carcere, dove è lecito recarsi per andare a stringere le mani di chi vive libero solo nel cuore di chi lo ama e che, un tempo, ha visto il suo “viaggio” interrotto bruscamente dallo stop imposto dalla paletta delle forze dell’ordine.

Vite spezzate, vite straziate, vite deboli o troppo forti per ammettere la propria debolezza, vite ostinatamente orgogliose, vite disperate.

Questo vedo, seduto o in piedi, intorno a me.

Fermata dopo fermata, il numero dei passeggeri accresce, anziché diminuire.

Tutti protesi verso quel sottomondo del mondo, lucidamente consapevoli del fatto che stanno per avvelenarsi la vita, ma altrettanto cinicamente coscienti di andare incontro a braccia aperte al loro destino, aggiungendo un’altra dose di quell’informe, incolore, spietato, egemone e prevaricatore anatema letale che gli brucia nelle vene, finché non gli brucia la vita.

Come farò a capire che sono arrivata a Scampia?

Mi sono chiesta più volte, mentre mi perdevo tra i discorsi, farfugliati e spenti degli altri passeggeri.

Quando i miei occhi si sono imbattuti in due enormi palazzoni bianchi sui quali era scritto “BENVENUTI A SCAMPIA” e “WELCOME TO SCAMPIA”, la mia curiosità è stata ampiamente appagata.

Allora, mi reco dall’autista e gli chiedo di indicarmi dove si trova la strada che cerco, ma, improvvisamente, la mia credenziale di “persona perbene” è scaduta, mi risponde in maniera frettolosa e distaccata che non conosce quella strada.

Una volta giunti a Scampia, regna l’omertà per tutti.

Meglio non prendersi la responsabilità di indicare una collocazione classificabile come “sicura” in questa insidiosa fetta di mondo.

Quest’onere, inaspettatamente, se lo accollano i miei compagni di viaggio, quelli contro i quali, nell’immaginario comune, puntiamo il dito, quelli che abilmente dribliamo per strada e verso i quali sappiamo indirizzare solo occhiate spezzanti.

Sono loro a dirmi di non scendere in prossimità delle vele o di altre “zone difficili”, piuttosto mi indicano la fermata più prossima alla zona più “dignitosamente abitata”, così che possa “camminare dove non c’è da avere paura”.

Questo mi fa comprendere che se nel cuore di quegli “invisibili” vive una pulita e generosa umanità, forse, potrebbero trovare la forza per ripercorrere il viaggio all’inverso e tutelare anche se stessi.

Li ringrazio, per la disinteressata e preziosa premura che mi hanno preservato e li abbandono al loro destino.

Adesso che i miei piedi toccano terra, posso dirlo: sono a Scampia.

E’ una mattina come tante. E il cielo piange su Scampia.

Anche se le nuvole non strizzano acqua, la sensazione che mi si incolla immediatamente addosso è che il sole qui non splende mai.

Eppure la terra brucia, tormentata e stanca, di essere palconscenico forzato di agghiaccianti, crude e lacrimevoli realtà, nonché scomodo ed improvvisato letto dei tanti signori nessuno, accomunati da quell’infausto destino che li condanna ad essere uomini senza volto, senza dignità, senza,passato, senza presente, senza futuro, senza storia.

Camminando per quelle strade, colgo quelle immagini che appartengono alla “Scampia di Gomorra”, piuttosto che ai filmati trasmessi dai reportage di denuncia, quelli che i sapienti e scaltri giornalisti del nord, vengono a montare qui, mostrandosi disposti a “sporcare” le loro lucenti ed impeccabili scarpe di vernice nera con la felce che pervade questi meandri di civiltà.

Ma Scampia è anche altro.

Più strada percorro e più me ne convinco.

Sento gli sguardi delle persone che incrocio accompagnare i miei passi, troppo facile per loro intuire che quella “persona perbene” è una “turista” di passaggio, alienata da quella loro inconsueta quotidianità, ma non sono sguardi ostili, forse perché il mio non è uno sguardo impaurito.

Mi imbatto in tanti bambini, troppi bambini, che non avrebbero ragione di essere lì, basta osservarli per pochi minuti per comprendere che, in realtà, sono uomini mascherati da bambini, con una strada già rovinosamente spianata davanti a loro.

Eppure, ovunque mi giro, rilevo la presenza di istituti scolastici.

Ci hanno provato, ci provano a spalargli un sentiero utile a ridisegnare un destino diverso, meno categorico, più speranzoso e permissivo.

Tuttavia, i più piccoli figli di Scampia, io li ho incontrati per strada, facevano le sentinelle, proprio come racconta Saviano, nessuno giocava a pallone, né smanettava con un I-phone.

Loro, nascono già troppo grandi per appassionarsi ai giochi dei bambini.

Poi ci sono le madri.

Le madri sono l’humus del mondo.

Senza di loro, nulla avrebbe più ragione d’esistere.

Le madri sono il motore della vita, la forza che imprime tumulto e stabilità alla terra.

Le madri sono tutto.

Madri che corrono per andare a comprare un foglio e una busta da lettera, perché, proprio stamattina, è arrivata la tanto attesa missiva, dal figlio o dal marito di turno, che dal posto in cui si trova “in vacanza” null’altro può fare che sporcare di inchiostro pensieri e sentimenti da indirizzare alla famiglia.

Madri giovani, diventate madri senza aver prima terminato di essere figlie e quando ancora non erano diventate donne, madri tristi, preoccupate, apprensive, costrette dalla brusca realtà che ha sgretolato i loro sogni d’amore ad indossare i pantaloni e diventare anche padri, madri stanche, madri forti, madri incazzate, perché incapaci di strappare i loro figli dall’asfissiante morsa delle mani sudicie e ferine che li stringe, giorno dopo giorno, con sempre maggiore brutalità.

Poi c’è “la gente comune”, quella che, se fosse catapultata nel “nostro mondo”, non desterebbe alcun sospetto.

Una vecchietta mi fa notare che non è una buona idea andare in giro da quelle parti indossando una gonna piuttosto corta come la mia, secondo il suo austero ed intransigente metro, e mi consiglia di non perseverare nel commettere quella grossolana e sbadata leggerezza, se dovessi ricapitare da quelle parti quando fa buio.

Quanti sconosciuti incontriamo nel “nostro mondo”, capaci di indirizzarci simili amorevoli e disinteressate premure?

Il mio tempo è terminato, la “vita reale” mi chiama a se, così, decido di incamminarmi verso il “nostro mondo”, ma scelgo di ritornare in metropolitana, niente R5, mi conosco: sarei sopraffatta dalla desolazione e dalla delusione, se dovessi imbattermi nuovamente nelle stesse persone che hanno intrapreso “il viaggio” insieme a me all’andata.

Meglio che i miei occhi, pericolosamente sensibili, non vedano quanto può arrivare ad essere deturpante la capacità di autolesionismo di un uomo.

Mentre mi dirigo verso la stazione metropolitana, il mio sguardo viene rapito da una frase, scritta su un cavalcavia: “QUANDO LA FELICITà NON LA VEDI, CERCALA DENTRO.”

Allora ho capito che nascere e crescere a Napoli, non è una condizione necessaria e sufficiente per comprendere Napoli.

Solo dopo che sei stato a Scampia, puoi dire di aver scoperto ed appreso tutto quello che c’è da sapere su Napoli.

Intanto, guardando la mappa che elenca tutte le fermate effettuate dalla metropolitana, quella che parte da Piscinola ed arriva fino a Piazza Dante, capisco che, dopo oggi, ogni volta che vedrò quella collana di linee e punti che congiunge Materdei, Salvator Rosa, “le punte di diamante” Medaglie d’oro e Vanvitelli, Rione Alto, Colli Aminei, fino a Chiaiano e Piscinola, sorriderò, desolatamente sorriderò, consapevole che si tratta di una congiunzione ideale, ma non reale, perché, di concreto, esiste una voragine profonda ed amaramente incolmabile che separa “quel mondo” dal “nostro mondo”.

E’ compiacente“liberare” il lungomare, prodigioso e sfarzoso diamante, incastonato sulla corona adagiata sulla testa di Parthenope, che brilla di luce propria.

Consentire al sole di tornare a splendere su Scampia, sarebbe un effettivo e lecito atto liberatorio, nonché di sconfinato e sincero amore verso questa città.

Luciana Esposito

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